Cargo

Cargo

Era una mattinata di sole. Marzo portava spesso quella luce tersa che dà alle ombre il medesimo potere di ciò che le proietta. Cargo ricevette un telegramma; la merce era arrivata a destinazione, nel posto convenuto. Senza fretta, finì di inzupparsi pulendo le catene delle ancore. Lucidò l’acciaio degli occhi di cubìa. Si fece una doccia, indossò abiti civili e scese a terra. Entrò nella hall dell’Hotel Atlantic. Veronique sapeva che ricevevano posta per conto terzi. Non era cosa da poco. La donna allo sportello dell’ufficio postale curiosava tra la corrispondenza e spettegolava. Così si diceva in giro.  La reception era deserta. Cargo tenne il palmo della mano aperta a mezz’aria per qualche secondo. Nessuno si palesò. La mano calò  sul grosso campanello.

Un Uomo uscì dal piccolo ufficio sul retro. Un metro e ottantacinque, cinquat’anni, ben piantato con la carnagione scura . Si riconobbero. Prendeva spesso una stanza al Petit Palace, per stare con Verò. L’altro faceva il portiere di notte. Più di una volta era stato proprio lui a portare in camera bere e mangiare, in orari in cui chiunque altro si sarebbe negato. Si rivolsero uno sguardo di simpatia. Cargo accennò un saluto. Implicava sì, sappiamo di esserci già visti, sappiamo dove. Marcel rispose in maniera diretta.

– Stessi hotel?-

La leggerezza di Marcel mise Cargo a proprio agio. Chiese informazioni sul pacco. Entrarono nell’ufficietto sul retro.

– Mettiti comodo, guardo se è già qui. A che nome é indirizzato?-

– Cargo-

– Solo Cargo?-

Non ci fu risposta. Marcel  intuì. Si fece più ospitale.

– Ti va un caffè?-

L’altro accennò un sì e sedette su una poltrona verde. Lo sguardo di Cargo girò tutto intorno. Per l’intero perimetro della stanza il muro era fitto di ripiani di legno; sopra, un’infinità di oggetti d’ogni genere, accuratamente ordinati, senza un senso apparente. Sembrava frutto della lotteria parrocchiale che aveva svuotato le cantine dell’intero paese. Marcel porse una tazza di caffè a Cargo sedendosi sulla poltrona di fronte mentre questi fissava il velluto usurato dei braccioli.

– Era questo che aspettavi?-

Marcel porse un pacco legato con lo spago. Cargo prese in mano l’involucro, lo rigirò per cercare i segni che dimostrassero che era proprio ciò che attendeva.

– Cosa sono tutti quegli oggetti?- chiese.

– Beh. È una storia lunga, hai tempo?-

– Quanto ne vuoi-.

Il mattino divenne pomeriggio. Marcel raccontava andando e venendo tra ufficio e bancone per consegnare chiavi, ritirare lettere e rispondere al telefono. Poi fu la volta di Cargo.

– E tu? – chiese Marcel.
– Sei un marinaio del WittelsBach, vai a letto con Verònique, ti sei fatto rispettare da Bardini e hai un nome improbabile. Niente da dichiarare?-

– Vedi, – disse Cargo –

Iniziò a parlare. A suo modo vuotò il sacco o almeno una parte. Parlò a lungo. Marcel non lo interruppe mai.

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