Lettere di Henry Vittel Tonnée

Lettere di Henry Vittel Tonnée

LETTERE

Nice, 18 maggio 1947

Adieu, mon amour.
Sono costretto a fare ciò che faccio: lasciarti. Lo so. Abbiamo Svalvolerio da crescere. Ma tu non hai nemmeno provato a rendermi felice. Je vouloir etre heureux, ne ho il diritto. Tu sei una donna vraiment difficile. Ma il mio squarcio di cielo, il mio pezzo di gloria, l’appezzamento di terra dove coltivare il vero Henry, quella spiaggia di giovinezza che non ho mai vissuto murato dentro un’adolescente stordito da amicizie sbagliate, da scambi inutili, da fatiche che nessuno può immaginare. Quando mi hai conosciuto ero addolorato: la mia balia invecchiava e le sue dette cadevano. Mon père affetto da nevrosi sessuale, mon père, ha sempre avuto ragione. In fin dei conti, Svalvolerio proverà le stesse mie pene, in una fotografia al negativo. Ciò lo avvicinerà a me come nessuna altra cosa. Je suis son père. Ca veut dire quoi?

Adieu.
Henry Vittel Thoné, père du Svalvolerio

Cannes, 18 novembre 1952
Théâtre du Commerce

Choux, mon amour,
seduto in platea ho assistito alla nascita della tua arte. Chanter, agir, danser, per te sono solo declinazioni dell’essere. Votre maison s’appelle la legèreté, candore è il nome del tuo giardino, rouge son vôtre cheveux. Gli anni che ci separano sono soltanto approssimazioni irrisolte dalla natura. La cultura africana premia l’uomo che si corica con la ragazzina. Perché dovremmo angustiarci? Mi chiedi se ti amo. Certo. Solo quella parola conosco; l’amore, per me, è la scritta sulla maglietta che indosso la mattina, il regalo che troverai sul tavolo di un’altra cucina, i fiori che guarderò dal fioraio. Ma non guardarmi nell’intimità, nello spavento del vuoto luttuoso de ma mère morte, nelle stanze sorrette da tramezzi di teoremi astratti, colme di scatoloni di libri che elencano regole inevadibili. Guarda solo me, l’evaso. Oppure contempla da fuori l’illusione dell’evasione dietro cui ho trovato riparo; una sorta di quadro, dai colori sbiaditi, il cui disegno, posso sinceramente ammettere, ma solo in cert’une giornate di debolezza, è confuso anche a me. Ma ora tu sei qui. Carne fresca. Chiappe che sospirano quando le sculaccio. Frasi retoriche, parole vuote, pensieri fugaci che non fanno polvere, leggeri come piume, superficiali, inutili, su cui gioiosamente evito di soffermarmi. Per questo je t’aime pazzamente, plus de mon mère morte, o della mia ultima bàlia dalle tette saporose di pesca. Peccato tu le abbia piccole. Ma, nessuno è perfetto.
J’ai besoin que tu m’envoies une photo de tes mamelons par courrier. È urgente. Vorrei tenerla sulla mia scrivania, dans un cadre doré. Ti manderò in cambio una foto dei miei gattini.
Henry V.T.
Rome, 21 dicembre 1968

JE SUIS VRAIMENT ENERVE.
Tu, tu. Marisca, moglie dell’armatore spagnolo. L’uomo che voleva solo me, solo me. Sei il migliore tra tutti, dicevi.
Solo tu conosci gli imenotteri. Solo io. Solo tu hai la chiave dei segreti del mio corpo. Eppure mai intravidi nemmen l’orlo delle tue grazie. Lui, dicevi, l’armatore, vuole che tu prenda la sovvenzione. MA IO TI AMAVO. Amavo la moglie di chi voleva finanziare mes recherches. Eppure papà me lo aveva detto.
Quelle déception. Henry, tu appartieni ad une culture trop élevée, per provare amore per la moglie di un ricco armatore, per giunta grassa. I soldi non danno cultura, specie a cotali individui. Cosa scambierete, diceva il buon papà, di fronte ad un meraviglioso dipinto? Cosa dirà davanti all’Innocenzo X di Velasquez? Di cosa converserete, tu e la figlia dell’armatore, una parvenue. La cultura germoglia
seulement où generazioni e generazioni hanno seminato cultura. Se nasci da chi ha faticato, reificherai ciascuno dei poveri momenti di quella odiosa fatica. L’esistenza ti apparirà nella banale tristezza della sua più povera verità. Tu, mon fils, nasci aristocratico, la fatica della ragione non ti appartiene e aveva ragione. Pardonne-moi l’allitération. Ah, se la mia vecchia balia potesse aiutarmi, avec ses gros marshmallows.
Vado via. Esco. Adieu. Per una parvenue come te, basta una lettera. Perché? Perché vuoi rendermi infelice?
Adieu,
Henry Vittel Thoné
VilleTrouvèNeuf Sur Mer, 23 Dicembre 1977

Biscuit,
la madre di mio figlio Rolando è ormai impazzita. Non cucina, non viene alle mostre con me, non accetta che io parta per destinazioni orientali e sconosciute, per studiare i miei amati imenotteri. Mi odia. Mi tratta come un deficiente.
SONO UN DEFICIENTE, ormai. Me ne sono convinto. Eppure con te, mon
choux à la crème sono felice. Deficiente, ma felice come non mai. Quando leggi un passo del Levitico, quando racconti quanto il tuo cuore esploda di fronte ad un dipinto di Sacha Distel, quand je leche tes sein toujours ferme.
Le tette suonano meglio, in gioventù. È triste, ma ahimè, che ho fatto io per essere l’unico responsabile di una naturale predisposizione che il maschio si ritrova nel DNA? Mon père mi dice sempre: da che parte sta la soluzione più semplice? Presto saremo tutt’uno. Confida.
Ti ricordo che ho chiesto oltre dieci giorni or sono una fotografia delle tue tette. Forse hai dimenticato di spedirla. Fallo al più presto. Quella che mi mandasti a ottobre mi è caduta nel brodo bollente e non ho potuto recuperarla. L’aspetto con gioiosa trepidazione.
Tuo per sempre,
Henry V.T.
Paris, 3 gennaio 1978

Mon Cher Gustavo,
non so perché insisti con questa distrazione mitologica in cui sono rappresentato, da te, come umano non intonato. Insistendo con una mimica che si palesa quando canto una qualsiasi canzone, tu e gli amici snob della cricca insana che frequenti, si tappano le orecchie facendo smorfie disgustate. Da quando lasciai Volonteria, qualsiasi fidanzata abbia avuto, e ne ho avute tante, si è sempre deliziata, ed eccitata, quando ho cantato loro “La mer”, quel meraviglioso brano di Charles Trenet che mai capi per quale ragione sempre sostenesti esser cantano sol da stronzi. Sapessi quante chernières du pantalon je suis sorti avec cette chanson. So che hai una grande connaissance in materia di ostriche, ma fatti dire, in fatto di donne, sei sempre stato, contrairement à moi même, un povero ingenuotto.
A la prochaine fois, mon amì.
Henry Vittel Thoné

VilleTrouvèNeuf Sur Mer,
12 Aprile 1998

Chéri,
il tuo invito a passare il prossimo fine settimana nella tua villa di Roquebrune mi coglie dans un moment difficìle. Appena questa mattina uno dei miei diavoletti alati il avait l’audace di pungermi sull’alluce. Uno stupido incidente che tuttavia potrebbe essermi fatale, data la mia ben nota allergia alla Lissonota. Je suis très faible e gli anni si fanno sentire plus d’une chanson a plein volume. À contrecoeur, non raggiungerò la tua giovane persona. Envoyez-moi une photo de tes nichons. Le dernière que tu m’as envoyé était tout mouillé. È inutilizzabile a causa del cappuccino bollente che ho versato a causa del tremolio alle mani.
Sognerò il rosa delle tue aureole.
Il tuo vecchio e, se non ti vedrò più, morto, Henry Vittel T.

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