Trabajar, todos y conjuntos

Trabajar, todos y conjuntos

Quante cose diamo per scontate…

Questa mattina mi sono svegliato senza turbamenti. Ho aperto gli occhi, uno alla volta, mentre svagati pensieri scorrevano in autonomia, sullo schermo sfocato del mio risveglio. Un brivido di freddo mi stava attraversando, felice; è fine luglio, nella città di Roma. Quest’anno l’alba è ancora fresca. Una gamba cade giù dal letto. La ritiro sù. La volontà, questa sorta di errore categoriale, taglia il traguardo per prima: alzati, ripulisciti, doccia, colazione, vai al lavoro, e in orario. Seconda, arriva la motivazione: perché? Riconoscimenti? Gratificazioni? Troppi punti interrogativi per il carattere che guida l’intero mio bastimento.
Faccio quello che faccio perché l’ho scelto. Anche se sul lavoro spesso fatico a capire le intenzioni e i sentimenti di quei quattro gatti assieme ai quali, da anni, condivido tempo, spazio e giorni. L’affetto è sempre l’unico traino che permette di superare le differenze culturali e di pensiero.
L’euristica di fondo in questi casi è: il mondo va comunque avanti anche senza di me. Se tutti lo pensano, si supera tutto. Ma lo pensano tutti? O il sottosopra non è solo un’invenzione della fantasia?

 

sottosopra
@photo Simona Marino

 

Quando si palesano gli ostacoli? Quando diamo le cose per scontate. Ovvero quando partiamo dalla convinzione di possedere la soluzione, la cosa giusta, senza considerare di aver mai argomentato quanto abita tra le nostre cellule, senza una vera consapevolezza di tutto ciò che non abbiamo mai spiegato per intero; manchiamo di valutare la nostra opinione come parzialità, passibile di essere messa a fianco di altre opinioni, altrettanto parziali, ma diverse dalle nostre. Spesso, chi ci sta accanto non è stato in grado di spiegarci del tutto ciò che pensa e in genere siamo noi a non dare al prossimo la possibilità di esplicare, di raccontare.Chiudiamo le orecchie su ciò che ci risulta troppo lontano. Raccontare ciò che si è vissuto, senza creare categorie di importanza delle diversità, senza pensare che una persona, in ragione della propria vita, sia più importante di un’altra.
[…] Io ho suonato con Horace Parlan, io ho attraversato il passo dello Stelvio nella neve d’inverno, io ho dovuto cambiare città, io ho cercato di dimenticare, io sono sempre rimasto in via roma, al numero 23…)
Nessuna vita vale più di un altra, nessuna persona vale più di un’altra. Ciò che ci distingue l’uno dall’altro è la capacità di ascoltare, in assenza di pregiudizio e di livore; sentimento, quest’ultimo, che caratterizza questo particolare momento storico della nazione. Ci distinguiamo per la curiosità, la voglia di saperne di più.
Ed è lì, che le differenze assurgono a barriera.
Janis Kounellis diceva: “Ci sono le barriere, anche culturali, ed è proprio per questo che vogliamo essere liberi”.
Vogliamo essere liberi di comunicare l’uno con l’altro, al di là della nostra presunta istruzione, dei nostri gusti sessuali, del nostro essere convinti di qualcosa piuttosto che di un’altra. E ancora una volta: se la penso diversamente da te, non sono contro di te.
Le barriere culturali di Kounellis, esistono, è innegabile.
Ognuno di noi riceve un’istruzione differente, ha esperienze proprie e personali, ha competenze e ruoli differenti.
Ma se provassimo a pensare che queste differenze, prima di essere un ostacolo, sono un’occasione, se ci persuadessimo che quando le opinioni divergono quello è il momento propizio per avvicinarsi; se addolcissimo le nostre mancanze, consapevoli che non saranno loro a fare di noi uomini o donne migliori o peggiori, allora avremo posto le basi per una convivenza che, superando la mera definizione di civile, assumerebbe il valore della pìetas. Concederebbe allora a ciascuno, la possibilità di essere ciò che è, senza téma che, nei paraggi, qualcuno, dando qualcosa per scontato, non capisca di cosa, tutti insieme, stiamo parlando. Todos y conjuntos.

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