La Grazia e L’Arte

La Grazia e L’Arte

nudobianco

 

 

 

Dalla finestra del suo ufficio, papà vedeva il Palazzo della Questura. Le alte colonne dei portici dell’edificio, erano scure di smog. Sul bordo esterno dell’abaco si posavano i piccioni; uccelli di città, coriacei e inutili, tanto quanto il guano che producono.
A papà piaceva sparare. Nell’armadio, tra pratiche e progetti, aveva una carabina a piombini; ex tenente del Genio Militare Italiano, era dotato di ottima mira. Di quando in quando, colto da istinto primordiale, imbracciava l’arma in dotazione e sparava allo sfortunato piccione di turno.
Dalla postazione di tiro, il palazzo della Questura distava una trentina di metri. Di solito, da tale distanza, un fucile a piombini riusciva tutt’al più a far svolazzare qualche piuma.
Ma quel giorno, com’è, come non è, forse fu per il vento a favore, o per un piombino aerodinamico o soltanto il caso: fatto sta, che papà si accorse del piccione, afferrò la carabina, aprì la finestra, mirò, sparò e il piccione cadde stecchito. Incredulo, si sporse a guardare in strada.
Ciò che accadde allora, fu bizzarro.
Un signore attempato, in giacca e cravatta, si fermò. Fissava il piccione. Poi guardò in alto. A destra. A sinistra. Con uno scatto, arraffò il pennuto e lo infilò in borsa, defilandosi tra la gente che affollava la via principale.

A sera, durante la cena, papà raccontò ciò che era successo. Ipotizzammo che l’uomo avesse avuto una fantasia culinaria, sognando il piccione in padella. Papà ondeggiò la testa, dubbioso:
– Per esperienza personale – ci disse – le carni del piccione di città sono inedibili.
Nonostante dovessimo tenere conto di questa nuova prospettiva, continuammo con entusiasmo a fare ipotesi ardite.
Cenavamo in cucina; la finestra aperta sul giardino portava dentro il clima limpido di una sera di prima estate. Mamma andava e veniva, mettendo e levando i piatti dalla tavola.
Fu Francesca, la mia sorellina di cinque anni, a farsi venire l’ultima idea. Dichiarò, con la massima serietà e con voce cristallina, che quell’uomo era un’ambulanza, che il piccione era vivo e che il signore l’aveva nascosto nella borsa-ambulanza per andare di corsa all’ospedale degli uccelli.
Le sortite di Francesca, a quel tempo, erano pr me come un tonico: vere sfumature di felicità.
I fatti messi sul tavolo quella sera, vennero in seguito rubricati, nell’agenda famigliare, alla voce “Ambulanza per Piccioni”. Il ricordo che ne serbo è di aver provato un’intima, delicata contentezza, come qualcosa di ben riuscito.
I bimbi sanno far sbucare conigli bianchi anche senza cilindro.

Anni dopo, un esercito di pietre e massi avrebbe fatto irruzione nella tranquilla vita famigliare. L’invasore avrebbe messo in catene infanzie e adolescenze, rinchiuse per molti anni a venire nelle celle più fredde delle segrete del castello.
I ricordi oscurano la consapevolezza del tragico. Senza tragedia, non può esserci luttuazione. Senza luttuazione, il freddo delle segrete continuava a far rabbrividire.
Brividi che offuscano la bellezza dell’esistenza.
E il bello è l’unica cura, l’unica cosa che restituisce il senso del tragico.

Quando quel piccione si gettò nel vuoto, avevo nove anni; un nuovo ingranaggio della macchina logica che stavo costruendo, cadde tra le mie mani. Il primo dubbio: potevo ridere di quell’uomo? Era una scena comica? O dovevo dispiacermi?

Ero il tipo di bambino che si impressionava di fronte ad un mendicante; quando, a far la spesa al mercato, per mano alla mamma, vedevo un barbone, che fosse monco, amputato di una gamba o tatuato dell’inchiostro di vecchi giornali, la reazione che avevo era sempre di opposizione; senza lacrime né strilli, assumendo la posizione di un esperto scinauta, raschiavo con le suole il marciapiede, impuntandomi fino a quando mia madre apriva il borsellino. Solo dopo essermi accertato che una moneta era scivolata nella mano sudicia del mendicante, mi placavo
Terminata la cena, il dibattito si esaurì.
Ammiravo papà. Stavo osservando di sottecchi le sue mani, il volto; aveva un’espressione stanca e i pensieri giocherellavano tra le rughe della sua fronte.
Fu allora che si fece strada l’idea che papà nutrisse dubbi simili ai miei.

 

Quel pensiero mi rese libero di dar piglio alla fantasia, senza più remore su come immaginare lo sfortunato signore e il piccione defunto.
Ed ebbi questa visione.

[…] Un uomo è seduto ad un tavolo di fòrmica verdina, in una cucina illuminata da una plafoniera al neon. Tiene coltello e forchetta in resta ai lati del piatto e un tovagliolo macchiato di sugo al collo. Affamato, ha lo sguardo sul piatto. Il piccione, brunito dal forno, aspetta lui. Il coltello taglia un grosso boccone.
(Rallentatore)
… la bocca piena, in un mugugno da coro muto, lineamenti che si accartocciano, occhi che sporgono fuori dalle orbite, sguardo di stupore.
(Fine del rallentatore)
Sputa con disgusto; il piatto emette un suono acuto: il piombino. […].
Sipario. Applausi.

Anni dopo, leggendo Bergson, avrei capito che è nella natura umana ridere di chi inciampa, ruzzola, cade e capitombola fuori dal quadro.
L’attimo in cui, presi alla sprovvista, ci lasciamo sorprendere e stupire, è paragonabile ad una vacanza dal mondo, un breve momento dedicato a ritrovare la grazia che credevamo perduta, e che era soltanto dimenticata.
Corriamo una corsa a perdifiato, tirando le briglie di un cavallo ogni giorno più sfiancato, contro un orologio avverso che non smette mai di morderci.
Per scoprire che un leggero moto è sufficiente a scuoterci, a risvegliarci dal torpore dello scontato.

Scrive Giorgio Gargani:
“La vita ricomincia ogniqualvolta l’ovvio, ciò che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi, che guardiamo ma che non riusciamo più a vedere, perde i suoi tratti scontati, i suoi limiti ordinari e fa segno a qualcosa che non conoscevamo, come l’inizio di un nuovo flusso di pensiero e di emozione. È in questi istanti che ci accorgiamo di una persona o di una cosa, che la scopriamo, o per meglio dire la riscopriamo, e allora ci troviamo ingaggiati in un gioco più alto e avvertito della vita.”

 

 

 

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