Salvemini, Salviamoci, Salvini

Salvemini, Salviamoci, Salvini

 

Un incessante flusso di poche parole […smielate, violente, ovvie, banali, retoriche, rabbiose, sentimentalistiche, ridondanti, abusate, svuotate, monche…] devasta il quotidiano, in finite permutazioni: le parole riflettori. Come un virus, […obnubilatore, interruttore, oscuratore, eclissatore, anestetizzante, limitante, predatore…] invade i vocabolari e impedisce la peripezia delle parole, delle quali oscura il senso, trasformandole in armi che alterano a morte il vissuto individuale.

Per Wittgenstein i limiti del nostro mondo sono dati dai limiti del nostro linguaggio. Sostituendo le azioni al linguaggio avremo Thoreau.
Mischiando le carte, riconosciamo che l’uso delle parole è azione. Se il vocabolario disponibile è limitato o usurato, saranno limitate e usurate anche le azioni; qualsiasi uomo che possegga vocabolari limitati, non sarà in grado di accogliere alcuna complessità, né di divenire egli stesso produttore di senso.
Ognuno di noi deve farsi lucciola, scintilla di umanità, invertendo l’attuale degradante processo, tornando a produrre senso dal basso. Scrive Didi-Huberman:

“…Immaginiamoci allora qualcosa di simile a un capovolgimento completo dei rapporti tra luci e lucciole. Ci sarebbero allora, da un lato, i riflettori della propaganda che aureolano il dittatore fascista di una luce accecante. Ma anche i potenti fari della contraerea che inseguono il nemico nelle tenebre del cielo.[…] È un’epoca in cui i “consiglieri fraudolenti” sono in piena gloria luminosa, mentre i resistenti di ogni sorta, attivi o “passivi”, si trasformano in lucciole fugaci, costrette a emettere i loro segnali nella maniera più discreta possibile. L’universo Dantesco è dunque capovolto: ormai è l’inferno a essere in piena luce, con i suoi politici corrotti, sovraesposti, orgogliosi. Le lucciole, invece, tentano come possono di sfuggire alla minaccia, alla condanna che ormai colpisce la loro esistenza.
[…]

Il mondo è davvero così asservito come lo hanno sognato – come lo progettano, lo programmano o vogliono imporcelo –  i nostri attuali “consiglieri fraudolenti”? 

Postulare una cosa del genere significa, appunto, dar credito a ciò che la loro macchina vuol farci credere. Significa vedere solo il buio fitto o la luce accecante dei riflettori […] 

Significa vedere solo il tutto. Non vedere dunque lo spazio – magari interstiziale, intermittente, nomade, collocato in maniera improbabile – delle aperture, dei possibili, dei bagliori, dei malgrado tutto.

La  questione è cruciale, forse inestricabile. Non sarà dunque possibile fornirvi nessuna risposta dogmatica, o meglio: nessuna risposta generale, radicale, tutta intera.

Vi saranno solo segnali, singolarità, frammenti, lampi passeggeri, e pure poco luminosi. Lucciole, insomma, secondo il nostro ragionamento.”[…] 

L’immagine è poca cosa: un resto o un’incrinatura. Un accidente del tempo che lo rende momentaneamente visibile o leggibile. Mentre l’orizzonte ci promette il tutto, costantemente celato dietro la sua grande “linea” di fuga. “Una delle ragioni per le quali mantengo una riserva nei confronti di tutti gli orizzonti”, scrive Derrida in Forza di legge, “è proprio il fatto che siano degli orizzonti”.  […]  Un orizzonte, come indica il termine Greco, è a un tempo l’apertura e il limite dell’apertura che definisce sia un progresso infinito sia un’attesa. […] 

Se allarghiamo la visione all’orizzonte che, immenso e immobile, si estende al di là di noi, o se, al contrario, concentriamo il nostro sguardo sull’immagine che, minuscola e instabile, ci passa accanto, percepiremo cose molto diverse. L’immagine è lucciola delle intermittenze passeggere, l’orizzonte inonda di luce gli stati definitivi, i tempi immutabili del totalitarismo o i tempi finiti del Giudizio.

Vedere l’orizzonte, l’al di là, significa non vedere le immagini che giungono a sfiorarci. Le piccole lucciole danno forma e chiarore alla nostra fragile immanenza, i “feroci riflettori” della grande luce divorano ogni forma ed ogni chiarore – ogni differenza – nella trascendenza dei fini ultimi. Concedere la nostra attenzione esclusiva all’orizzonte significa non essere in grado di guardare la più comune delle immagini.[…] 

Il barlume e la speranza intermittenti delle lucciole. Barlume per fare liberamente  apparire delle parole quando le parole sembravano prigioniere di una situazione senza via di scampo. […] Pensiamo a Victor Klemperer, “legittima difesa, SOS rivolto a me stesso”, come egli scrive d’un tratto, dallo spazio dell’oppressione quotidiana: un’opera in cui la delucidazione del linguaggio si trasforma, nelle tenebre forzate della clandestinità, in un contrattacco delle “parole lucciole” alle feroci “parole riflettori” imposte dalla propaganda nazista.[…] 

Sarebbe questa, in conclusione, l’infinita risorsa delle lucciole: il loro ritirarsi, quando è “forza diagonale” e non un ripiegarsi su se stesse; la loro comunità clandestine di “scintille di umanità”, quei segnali inviati per intermittenze; la loro essenziale libertà di movimento; la loro facoltà di far apparire il desiderio come ciò che è indistruttibile per eccellenza (e qui mi tornano in mente le ultime parole di Freud per la sua Traumdeutung: “questo futuro, considerato dal sognatore come presente, è modellato dal desiderio indistruttibile a immagine di quel passato”).

Sta a noi non vedere scomparire le lucciole. Ma per fare ciò dobbiamo acquisire la libertà di movimento, il ritirarsi [retrait] che non sia ripiegamento su noi stessi,la facoltà di far apparire scintille di umanità, il desiderio indistruttibile.

Noi stessi – in disparte [en retrait] rispetto al regno e alla gloria, nella lacuna aperta tra il passato e il futuro – dobbiamo dunque trasformarci in lucciole e riformare, così, una comunità del desiderio, una comunità di bagliori, di danze malgrado tutto, di pensieri da trasmettere. Dire sì, nella notte attraversata da bagliori, e non accontentarsi di descrivere il no della luce che ci rende ciechi.  

[…]

Georges Didi-Huberman

“come le lucciole, una politica delle sopravvivenze”

Bollati Boringhieri