A Night in Tunisia

A Night in Tunisia

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Il crepuscolo è arrivato in coda ad una giornata faticosa.
Mamma vive i suoi ultimi anni in una casa di riposo.
Doveva accadere. Sopravvalutare le proprie forze da anziani è la norma. Per questo oggi sono tornato a passeggiare, da solo, nella mia città. Dopo anni di visite veloci, ho preso il giorno in più, il giorno della pausa. È stato come ripassare a penna i contorni di vecchie immagini scolorite, ritracciando così i confini di una mappa interiore che ha finito per assomigliare, in tutto e per tutto, a quella del mio apprendistato.
Sono nato a Spezia quando ancora aveva il La davanti, ora desueto. Il sangue che mi ossigena il cuore, ha svariate origini, ha sbagliato vena molte volte, cambiato molti itinerari.
Ma per quanto possa esistere una volontà del sangue, sta di fatto che nella città in cui si cresce, le impronte dei propri passi sono ovunque. Ricalcandole, arrivano i ricordi.
Tuttavia, i ricordi sono come le carte per un giocatore: finché non le volti, non hanno seme, né colore, né numero. Il valore di un ricordo sta tutto nella mano che lo pesca dal mazzo.

La pioggia era caduta a verse violente, durante tutto il giorno.
Nel tardo pomeriggio, il cielo si era riappropriato dell’azzurro. Sono andato a passeggio sul mare, per sentirne l’odore, ho ammirato la statua della Sirenetta di Spezia che, coerente con lo spirito cittadino, ha le pinne al posto della coda. Attraversando i giardini pubblici, ho visto bimbi pedalare seduti sul “grillo”, lo strano veicolo della mia infanzia che pare esista solo qui.
Davanti alla fontana del Bigigeo mi sono fermato.

Spezia è una città di mare. Non nel senso Pasoliniano, il mare non è balneabile da quando furono chiusi gli ultimi stabilimenti liberty.
È più corretto definirla una città di marinai. Per intenderci, a Roma, incise sul frontale del Colosseo Quadrato, al secolo Palazzo delle Civiltà, si legge la scritta:

“Un popolo di Poeti di Artisti di Eroi di Santi di Pensatori di Scienziati di Navigatori e di Trasmigratori”.

Sono convinto che, se questa scritta l’avesse concepita uno Spezzino, avrebbe aggiunto “di Marinai” (Navigatori è roba troppo internazionale).

Nel mio girovagar di sognatore infine, per uno strano scherzo del destino, sono stato catapultato a cena con un Circolo Culturale di Amanti della Filosofia, categoria non inclusa tra quelle della scritta succitata.
A seguito di una cena sociale, il sedicente gruppo I Surboni, ha spiattellato lì una conferenza dove ogni singola parola pareva trascritta da una soap opera Brasiliana degli anni ’80.
Così, l’illustre filosofo, l’acclamato esperto, il Dottor CarissimoProfessore!, hanno pubblicamente esibito un esempio perfetto di sapere senza fondamenti.
Dapprima l’elogio del genio, inserito in una tesi dove era data per scontata l’esistenza di un Dio Creatore. Il genio, e Dio, possono, noi no. Post romantico, direte. Un Rilkiano “Un Dio lo può ma un uomo dimmi…” Dai Sonetti ad Orfeo?
Squadernato davanti al pubblico, c’era il libretto delle giustificazioni dei conferenzieri.
A seguire, uno stimato professore di filosofia non finiva mai di parlare, colmando, quanto possibile, il vuoto incolmabile lasciato da una cattedra. Pensavo a Montaigne, che preferiva una testa ben fatta, piuttosto che una testa ben piena, al significato della conoscenza nella vita di ogni giorno.
Assistere al raggelamento brusco del fuoco della conoscenza, per mandar via il desiderio di replicare (senza interlocutori validi, la replica è fuor di sesto) il ricordo è andato a Giorgio Gargani.
L’ho rivisto sul palco dell’Auditorio Sirena mentre come un attore citava Carver, alla Fondazione Cini, in occasione del compleanno di Salomon Resnik, dove l’illuminato Romeo Marino ebbe l’idea di invitarmi. Riascolto la sua voce pacata, mentre percorriamo i chilometri che separano Roma da Pescara, in un indimenticabile viaggio in automobile.

Allora rammento: è quello il sapere che porto tatuato sulla pelle, è quello che, da quel momento, mi ha dato il coraggio di attraversare notti che non avrei saputo attraversare indenne.
Parlare della nostra vita, non è farne una cronaca, ma raccontare ciò che ne è stato di noi, mentre eravamo alle prese con il problema di definirci.

Telenovelas per telenovelas, anni fa, cenai con Sonia Braga, regina delle soap brasiliane, e con un defunto ballerino omosessuale di flamenco. Se è pur vero, come si usa dire, che quella è un’altra storia, è stata comunque più poetica.
A latere: per fortuna, l’aperitivo l’ho preso con un Navigatore.
Buonanotte, e grazie a Laura, che mi ha trattato, immeritatamente, da ospite speciale.

P.S.
A proposito del Problema della Freccia.
Quando il Robinson di Tournier vede Venerdì lanciare la freccia oltre il bosco, dice:
– Così la freccia la perderai, cadrà nel bosco e non la troverai mai più –
E Venerdì risponde:
– Quella freccia non cadrà mai!–
Tratto da “Venerdì o il limbo del Pacifico” di Michel Tournier.

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