Il Quadro di mio Padre

Il Quadro di mio Padre

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Ad un dato momento della sua vita, mio padre decise che avrebbe dipinto. Aveva preso il diploma di geometra  dopo la guerra e, subito dopo, aveva trovato il primo impiego nella Guardia Forestale. Quell’impiego lo portò a lavorare nei paesini più sperduti dell’entroterra ligure di Levante. Estate e inverno, papà si spostava con la motocicletta, una Agusta 175 comprata con i risparmi famigliari. L’Italia era allora in pieno boom economico e, dopo qualche anno di quella vita su strada, papà si licenziò dalla Guardia Forestale, per fondare una società di costruzioni edili, tutta sua. O quasi. I soci erano tre e tutti e tre avevano una propensione sin troppo pronunciata a sentirsi leader. Comunque. Nei primi anni, la ditta viveva degli appalti pubblici a cui partecipava, spesso, vincendoli. Ricordo che, a poco più di otto anni, cercai di capire il concetto di percentuale.
Papà parlava al telefono e diceva:
– Abbiamo offerto il 20 per cento di meno! Com’è possibile che qualcun’altro abbia offerto il trenta per cento! Come riusciranno a fare il lavoro a regola d’arte seguendo il capitolato! –
Offrire di meno. Pensavo che per avere qualcosa si dovesse offrire di più, non di meno. Passò parecchio tempo, prima che arrivassi a capire. Per fortuna, molto c’era da sistemare nei comuni dell’entroterra ligure e il lavoro non mancava.
Sono tante le immagini indelebili che mio padre è riuscito a regalarmi. Tra queste, conservo negli occhi le sveglie di prima mattina per arrivare al fiume quando gli operai stavano ancora facendo colazione al bar; allora la colazione al bar potevano permettersela anche gli operai.
Ricordo le ore a giocare, saltando tra una pozza e l’altra, sul fiume che quegli uomini e papà stavano imbrigliando.
Tornando al dipinto. Un giorno, il ricordo è nitido,  trovai mio padre chino sul tavolo ovale del salotto della nostra prima casa.Spalmava creme colorate su una tavoletta di legno.
– Che fai? – chiesi con una certa allegria
– Se quello che fanno questi  pittori contemporanei è dipingere, allora sono pittore anch’io! –
Era un uomo tutto d’un pezzo, o almeno questa era l’immagine che aveva di sé.
Tra le più belle e accese discussioni che ebbi con lui in età quasi adulta, ricordo la volta in cui io insistevo accanitamente sul valore delle case senza spigoli, scoprii solo più tardi che Jung l’aveva realizzata in casa sua. Lui insisteva, con forza, sul fatto che non esistono case senza angoli retti. Credevo allora che il cuore della differenza tra me e lui si trovasse proprio in quella dicotomia tra circolare e quadrato.
Oggi, mentre assorto meditavo su alcune cose che sto scrivendo, d’improvviso ho alzato lo sguardo verso l’alto.
Eccolo là. Lo avevo quasi dimenticato. Il primo quadro di papà, quello che dipingeva quando silurò il concetto di arte contemporanea in un secondo. L’avevo appeso al muro anni fa.
Avevo avuto l’accortezza di appenderlo in alto, in qualche modo fuori dal normale campo visivo, ma l’avevo appeso. Non ricordo se con o senza un intimo aiuto di mia moglie Simona. Arriva un momento in cui il senso dell’aiuto reciproco funziona per vasi comunicanti e  il tempo che passa rende meno importante da chi e come arrivi un espediente o una soluzione. Fatto sta che alzo gli occhi e provo un infinito senso di bene e di appartenenza a quell’immagine, che altro non rappresenta se non un albero senza foglie immerso in un mondo dalla tonalità verdi. La particolarità è che intorno a questo strano albero, esilissimi steli reggono a malapena fiori colorati che sembrano di un altro pianeta.
Provo  un intimo piacere, pensando che in qualche modo siamo riusciti, il quadro ed io, ad arrivare sino qui. Riguardandolo, capisco che la bellezza di questo viaggio compiuto insieme  appartiene più al mondo della poesia che a quello del sentimento.
Nel corso del tempo, ogni qualvolta lo sguardo del figlio è caduto sul quadro del padre, il senso e il significato hanno trovato vie,  traguardi e interpretazioni differenti.
L’albero è sempre quello, è sempre nero,i fiori da Marte, le colline verdi. Nessuna delle cose raffigurate ha mai osato muoversi o mutare. Ma,  se abbiamo fortuna, contro ogni espressione della volontà, siamo noi a cambiare il sguardo.  Così,  ed avviene in un attimo, ci sorprendiamo a guardare qualcosa come per la prima volta. Ed è in quel momento che la nostra esistenza si riempie di una nuova vita, più florida e appagante, e vera.
Papà ha fatto molti altri quadri. Eppure credo che mai sia riuscito così tanto come in questo, a raccontare se stesso. Ad iniziare da come, quella prima volta, decise di firmarsi: Fragi.
Nel mondo, il nome di mio padre era Franco Giangrandi.
Ma il mio affetto, sarà sempre per Fragi.

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